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Jobs App - Un nuovo contratto di lavoro per l'economia digital

Sfrecciano lungo le nostre strade. Ci passano accanto, veloci, con uno zaino a forma di cubo sulle spalle, in sella alle loro bici. Corrono, verso un'altra consegna. Sono i 'riders' del food delivery, la punta più visibile di un iceberg chiamato app economy, gig economy o sharing economy, che dir si voglia: "Modelli imprenditoriali in cui le attività sono facilitate da piattaforme di collaborazione che creano un mercato aperto per l'uso temporaneo di beni o servizi spesso forniti da privati". Questa la definizione che la Commissione Europea ha dato a un fenomeno di scala globale, che investe il vecchio continente e con lui il nostro Paese. Una novità che tocca diversi ambiti, non solo il food delivery, sulla spinta dello sviluppo tecnologico che porta la società a imprevedibili forme di interazione e il mondo del lavoro a intraprendere strade diverse da quelle tradizionali. Uno scenario che si sta cercando di regolamentare anche in italia, con diversi tentativi (Comune di Bologna, Regione Lazio) al fine di raggiungere un adeguamento normativo capace di assicurare diritti e doveri. Di intercettare un'economia ormai esistente e differente da quella fino a oggi incasellata nelle categorie occupazionali subordinato/autonomo. È quanto propongono il giuslavorista Francesco Rotondi e l'economista aziendale Luca Solari in Jobs App, libro che detta appunto i principi per la nascita di un nuovo contratto di lavoro per l'economia digitale, nella consapevolezza che "il puro laissez taire rischia di creare una bomba sociale".
Da una prima fotografia di questo mercato, oltre il 70% delle persone attive nella gig economy vede nei gig works lavori occasionali: il 50% è attivo da una alle quattro ore a settimana e il 20% dalle cinque alle nove ore. Il 78% sono ragazze o ragazzi under 30 con un turn over elevatissimo. I dati illustrati in Jobs App sembrano confermare quanto sottolineano Solari e Rotondi, cioè che i nuovi impieghi sono sì distanti da quelli classici ma hanno anche delle caratteristiche in comune con i 'lavoretti' che venivano svolti negli anni passati, soprattutto dai più giovani. La logica è simile e si inserisce nella stessa strategia di composizione del reddito di ogni individuo. Nello scenario attuale, però, un ruolo chiave è giocato dall'intermediazione della tecnologia che scompone il contesto spazio-temporale che prima delimitava queste attività. Secondo gli autori, oggi come allora non possono essere questi impieghi a rispondere al dettato Costituzionale fissato dall'articolo 36, cioè che "la retribuzione deve essere sufficiente ad assicurare" al lavoratore e alla sua famiglia "un'esistenza libera e dignitosa". Quella che si sta venendo a creare è una nuova forma di lavoro ibrido, un mix tra subordinazione e la totale autonomia. Un'integrazione di occupazioni che, aggiungiamo noi, in qualsiasi ambito e sfumatura devono cercare sempre di rispondere ai princìpi indicati nelle prime righe dello stesso articolo 36: anche nella gig economy, infatti, la persona ha diritto "a una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro". Affinchè questo avvenga, pensare a un contratto per l'economia digitale che si sleghi dai canovacci tradizionali può sicuramente essere utile e rappresentare una via per assicurare, da un lato, le giuste tutele per questi nuovi impieghi, e dall'altro per non fermare e ostacolare una diversa forma di imprenditorialità che apre una finestra che in prospettiva "può portare al centro l'individuo e le sue potenzialità". Per farlo, però, è necessario svincolarsi anche culturalmente da una visione classica dell'occupazione e abbracciare i cambiamenti e le opportunità che la tecnologia porta con sé. Questa la strada indicata da Solari e Rotondi in un libro - forse a tratti troppo ottimistico nei confronti della gig economy - che prova a riempire un vuoto tuttora palese per rispondere al cambiamento in atto nel mondo lavoro, dove l'innovazione tecnologica chiede rapidità e flessibilità e in cui la performance, più che l'orario, diventa spesso la 'key word' del compenso. In un contesto siffatto, per ogni individuo diventa cruciale sviluppare nuove competenze digitali e a livello Paese valutare sin da ora "se gli obiettivi perseguiti dalla normativa vigente restano validi". Lo indica sempre la Commissione Europea tracciando secondo gli autori quello che è il nodo centrale della questione. Un nodo che si fa sempre più stretto in Italia, dove il fenomeno della gig economy è ancora limitato, ma in cui risulta essere superiore rispetto ad altri contesti la percentuale di lavoratori che traggono tutto il loro sostentamento dai gig works. (v.v.)

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